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A praticar l'eresia, dalla Valcuvia all'Urbe

Estratto da VERBANUS XXVII,
rubrica TEMPO RITROVATO. Il Lago Maggiore dalla A alla Z
Cabiaglio-Roma, XVII secolo
A praticar l’eresia, dalla Valcuvia all’Urbe
di Giorgio Roncari


Non sappiamo quale eco abbia avuto a Cabiaglio e in Valcuvia la condanna per eresia inflitta nel 1687 ai fratelli Simone e Antonio Maria Leoni, sotto il pontificato di papa Innocenzo XI, il comasco Benedetto Odescalchi. Probabilmente, anche se Roma era lontana, l’avvenimento non passò sotto silenzio perché i Leoni facevano parte di una delle famiglie più autorevoli della valle. Di certo la condanna fece scalpore all’ombra di S. Pietro perché i due erano fra i maggiori fautori del Quietismo, teorizzato in quel momento dal prete spagnolo Miguel de Molinos. Parecchie sono le memorie dell’avvenimento ma a parlarne in maniera più diffusa fu un testimone oculare, Domenico Stefano Bernini (Roma 1657-1723), figlio di Gian Lorenzo, il grande scultore e architetto, e prelato di Santa Maria Maggiore nonché stimato storico della religione. Ne scrisse in una ponderosa opera in quattro tomi, la Historia di tutte le Heresie descritta da Domenico Bernino alla Santità di N.S. Clemente XI, impressa dai Baglioni a Venezia nel 1711 (tomo IV, pp. 712-715, 721). Di tal opera mi avvalgo, insieme alle note compilate nel 1969 da don Giuseppe Mantegazza, parroco di Cocquio. L’archivio della parrocchia di Sant’Appiano di Cabiaglio conserva a sua volta i registri di battesimo a partire dal 1604, e nel primo libro si possono rilevare gli atti di riguardanti i due fratelli Leoni: Simone (o Simeone) nato il 27 febbraio 1632 e Antonio Maria nato l’8 ottobre 1635.
1632 die dom(inic)o 29 februarii ego p(redic)tus p(resbiter) Io(hannes) Andreas Cattaneus rector p(re)d(ict)e paro(chia)lis ecc(lesi)ae S(ancti) App(lani) bap(tizavi) infante(m) unum masculu(m) die veneris p(roxi)me p(assa)to nat(um) ex Fran(cisco) de Leonib(us) d(ict)o [s. barr. del Bucia] et Anastasia del Ambrosetto iugalib(us) huius parochiae cui Simeonis nome(n) impositus fuit. Comp(at)res fuer(unt) Fran(ciscus) Catt(aneu)s et Anastasia de Panzanellis ux(or) q(uon)da(m) Fran(cis)ci Catt(ane)i o(mn)es de Cab(iali)o
1635 die mercurii 10 m(ens)is 8bris ego p(redic)tus Catt(aneu)s rector uius ecc(lesi)e paroch(ial)is S(anc)ti App(lan)i bap(tizav)i infante(m) unu(m) masculu(m) die lune p(roxi)me p(assa)to nat(um) ex Fran(cis)co de Leonib(us) et Anastasia del Ambrosetto iugalib(us) huius parochie cui Ant(onii) Marie nome(n) imposit(um) fuit. Et cu(m)p(at)res fuer(unt) p(resbiter) Io(hannes) Andrea Catt(aneu)s et Orsina ux(or) Fran(cis)ci Catt(ane)i o(mn)es de Cabiaglio.
La famiglia Leoni godeva in tutta la valle di largo prestigio dovuto al vasto patrimonio e alle numerose cariche civili e anche religiose. Nel suo seno si contavano giurecosulti, notai, commercianti, podestà della valle e prelati; la chiesa di Azzio era di loro patronato. Nel processo per la beatificazione di Carlo Borromeo, venne raccolta la testimonianza riguardante la guarigione dal vaiolo del piccolo Melchiorre Leoni, avvenuta nel 1603, si disse per opera della Vergine e intercessione del santo. Simone Leoni, che divenne prete, e Antonio Maria, sarto, giovanissimi vennero in contatto con i Pelagini, gli affiliati della congregazione con sede nella chiesa di Santa Pelagia a Milano, vicino a San Simpliciano, dedita al soccorso e ricovero di giovani donne sole e per ciò stesso ‘in pericolo’. Dopo qualche anno di ampio consenso, con adesione di dame e gentiluomini di buona famiglia, disposti a sostenere l’iniziativa con proficue elargizioni, alla confraternita furono imputate monacazioni forzate e la professione di pratiche vicine al Quietismo. Prima ancora del 1660, il movimento pelagino era stato condannato dal Sant’Uffizio e i suoi capi
incarcerati o costretti a fuggire, ma l’eterodossia non fu del tutto debellata e focolai ne sopravvissero nelle valli lombarde, sopratutto bergamasche e bresciane. La Valcuvia ne fu influenzata, anche perché a Rancio aveva una nobile dimora Giovanni Battista Sacchetti, ricchissimo commerciante milanese con vasti possedimenti terrieri nella valle e nell’area limitrofa, il quale lasciò i suoi beni, con testamento del 29 febbraio 1656, al Collegio di Santa Pelagia (per una vasta trattazione del movimento Pelagino e dei rapporti con esso dei fratelli Leoni, rimando a: Marina Cavallera, Spiritualità, impegno assistenziale e patrimonio. Giovanni Battista Sacchetti e le proprietà fondiarie del Pio Luogo milanese di Santa Pelagia, in Cassano Ferrera Rancio. Aspetti, eventi ed immagini di tre paesi della Valcuvia, a cura di Serena Contini, Tipolitografia Galli e C., Varese 2004, pp. 137-151).
Nel 1676 venne eletto papa Innocenzo XI; un asceta di alta spiritualità e con inclinazioni alle forme di orazione mentale. Gli fu vicino Miguel de Molinos, un prelato spagnolo nato nel 1628 a Muniesa, in Aragona, il quale aveva fatto della preghiera mistica e meditativa la ragione di vita tanto da aver pubblicato nel 1675 la Guida spirituale, che disinvolge l’anima e la conduce per l’interior cammino all’acquisto della perfetta contemplazione e del ricco tesoro della pace interiore (stampata a Roma nel 1675, a Madrid nel 1676, a Saragozza nel 1677 e a Siviglia nel 1685), nella quale venivano teorizzate le idee quietiste. Non era, il Quietismo, una pratica nuova e già nei secoli andati la Chiesa aveva condannato movimenti similari, ravvisandovi comportamenti morali stravaganti ed equivoci. Tracce di simili princìpi si possono rintracciare persino nel misticismo di grandi santi come Giovanni della Croce e Teresa d’Avila. La perfezione cristiana era raggiungibile con l’orazione mentale, sino alla totale quiete dello spirito, all’abbandono del fedele in Dio, anima e corpo, senza più volontà né preoccupazioni, teso solamente a raggiungere l’estasi. La pratica della preghiera prevedeva un’immobilità totale a occhi chiusi, perinde ac cadaver, una forma più simile alla paranoia che all’adorazione consapevole.
Molinos era giunto nella Città Eterna nel ’63 quale postulatore nella causa di beatificazione di un sacerdote valenciano e non si mosse più, entrando in contatto con personalità influenti, quali la regina Cristina di Svezia, il generale dei Gesuiti Paolo Oliva e lo stesso cardinale Odescalchi. Veniva descritto come uomo di grande carisma, eloquente nell’esprimersi, dimesso nel vestire ma solenne nell’incedere, dal volto composto e grave a cui l’occhio malinconico e la barba a pizzo, ben curata, donavano un aspetto ieratico.
Non sappiamo quali vicende spirituali ed umane abbiano spinto i fratelli Leoni, sino a Roma, forse dopo l’elezione dell’Odescalchi, comasco come loro e benevolo nei confronti delle idee da essi professate. A Roma entrarono ben presto in contatto con il Molinos diventando fra i suoi principali collaboratori e divulgatori, su posizioni millenaristiche e radicali. Simone, fu confessore del monastero delle Agostiniane dei Santi Quattro Coronati, in Laterano; Anton Maria, pur essendo laico, si dimostrò anche più appassionato e svolse compiti di proselitismo spostandosi da una comunità all’altra.
Grazie all’indulgenza papale e a una predicazione zelante, il quietismo di Molinos prese piede e Italia, Francia, Spagna e Germania ne furono pervase. Vennero affiliati neofiti di ogni strato sociale, nobili, popolani, laici, religiosi e fra questi Pier Matteo Petrucci, il «cardinal di Jesi» che aveva ottenuto la porpora dallo stesso Innocenzo XI. Finché il cardinale di Napoli, mons. Caracciolo, preoccupato dal ritrovarsi nelle chiese della diocesi fedeli apatici e quasi catalettici, estraniati dalla liturgia, ne segnalò l’anomalia. L’effetto fu un blando monito che non mutò la situazione. L’anormalità era stata evidenziata anche dal gesuita padre Paolo Segneri, celebre predicatore del tempo, il quale denunciò negli scritti del Molinos numerose deviazioni, prima fra tutte il rifiuto alla confessione, ritenuta inutile in un modus vivendi del tutto staccato dai peccati terreni. Non potendo opporsi al Papa, confidò i suoi sospetti al re di Francia Luigi XIV, da tempo in acerbo contrasto con Innocenzo XI, per via delle posizioni gallicane, con la pretesa autonomia della Chiesa transalpina e il rifiuto dell’infallibilità papale. Luigi XIV non si fece scappare l’opportunità di denunciare, tramite il suo ambasciatore presso la Santa Sede, l’eresia del Molinos. Innocenzo XI non poté più sostenerlo e il 18 luglio 1685 egli venne arrestato. Il quietista non si
arrese ‘quietamente’ e oppose una fiera resistenza così come la opposero i fratelli Leoni, imprigionati nei giorni successivi assieme ad altri della congrega. Furono quasi trecento gli arrestati fra i quali il conte e la contessa Vespignani e Paolo Rocchi, confessore del principe Borghese. Una retata che suscitò il generale stupore.
Si disse che al Molinos furono sequestrate ventimila lettere indirizzate in ogni parte d’Europa, nelle quali esponeva il suo pensiero più intimo. Ciò che è singolare per un mistico che viveva di penitenza e preghiera, fu ritrovata una somma ingente da lui depositata presso banchieri di fiducia.
L’istruttoria del processo durò due anni duranti i quali padre Segneri e i suoi confratelli gesuiti, più degli altri garanti dell’ortodossia e della controriforma cristiana, individuarono negli scritti del Molinos una lunga serie di affermazioni eretiche, infine individuate in 68 proposizioni. L’Inquisizione s’impegnò con ogni mezzo, primo fra tutti la tortura, per carpirgli confessioni e abiura, imputandogli anche una serie di attività blasfeme e scandalose, non esclusa quella di amoralità carnale. Si accertò che nei conventi da lui diretti, le religiose disprezzavano la confessione, le indulgenze, la penitenza, ritenendosi immuni da colpe materiali. Egli accettò infine di abiurare come avvenne, con grande risalto, il 3 settembre 1687 nella chiesa di S. Maria sopra Minerva, attrezzata di palchi e panche per permettere al maggior numero di persone di partecipare. Per l’occasione fu accordata